La sinistra è sempre più schiava di trend oramai in caduta libera. Gli slogan in nome di cui dice di battersi, sotto il grande cappello delle parole uguaglianze e inclusione, sono principalmente due: LGBTQ+ e genocidio. Se non ti dichiari un fervente sostenitore di una delle due cause, sei automaticamente un reietto. Sono cause che per loro vanno sposate in modo dogmatico, condividendone ogni minimo dettaglio, senza prevedere forme di dibattito, come previsto nei paesi democratici che ci consentono di distinguerci dalle teocrazie.
L’ultimo esempio di questa incapacità di dialogo riguarda il gay Pride di Roma, che si terrà il 20 giugno. Gli esclusi? I gay ebrei: “Il Roma Pride, dopo un incontro con i rappresentanti di Keshet Italia e Keshet Europa, organizzazioni ebraiche LGBTQ+, ritiene che non ci siano le condizioni per la partecipazione di un loro carro alla parata”. La loro colpa? Non aver nominato la parola genocidio, non essersi uniti e sottomessi alla narrazione dominante che Hamas ha diramato in tutto l’Occidente fin dall’8 di ottobre, il giorno dopo il pogrom commesso per mano dei terroristi. E che inclusione sarebbe? Non sposare la parola genocidio vuol dire non provare dolore per ciò che accade a Gaza? No. Vuol dire non uniformarsi, e soprattutto non mentire.
L’indignazione e la richiesta di spiegazioni al “gotha” della comunità gay targata Pd, Alessandro Zan, si è già messa in moto. Chissà che originale motivazione fornirà per questa altra terribile pagina che vede esclusi sempre loro, gli ebrei. A esporsi subito, prendendo le distanze da questo atto di discriminazione è Anna Paola Concia: “Mi rivolgo a Roberto Gualtieri ed Elly Schlein e chiedo a loro di prendere posizione verso questa vergogna che va avanti da anni. Il Roma Pride non è di proprietà di nessuno. Era una manifestazione inclusiva. Oggi discrimina. Ha perso la sua natura”. Parole nette, soprattutto se pensiamo che provengono da un’attivista e politica che ha militato proprio in quel Pd in cui sembra non riconoscersi più.