Il nervosismo con il quale il capo della comunicazione della Casa Bianca, Steven Cheung, ha risposto alle critiche dell'ex segretario di Stato Mike Pompeo, che ha paragonato il possibile accordo con l'Iran a quello in passato negoziato da Barack Obama - e poi stracciato da Donald Trump - la dice lunga sul clima che si respira a Washington in queste ore. Pompeo "non ha la minima fottuta idea di cosa stia parlando" e dovrebbe "chiudere quella sua stupida bocca e lasciare il vero lavoro ai professionisti", le parole di Cheung.
Con toni meno volgari, anche il più pacato Marco Rubio ha definito "assurde" le critiche di chi teme che il compromesso che viene discusso in queste ore possa lasciare l'Iran in una posizione di forza. Eppure, anche all'interno del Congresso non mancano le voci dissonanti nel partito del presidente. A dare il "la" ai "falchi" anti-Iran è stato il presidente della commissione Forze Armate del Senato, il repubblicano Roger Wicker, convinto che Trump stia ricevendo "cattivi consigli nel perseguire un accordo che non varrebbe la carta su cui è scritto" e che rischia di risolversi con una "percezione di debolezza" nei confronti del presidente.
Alle parole di Wicker hanno fatto seguito quelle di Lindsay Graham, il senatore repubblicano della South Carolina che è stato fin dall'inizio uno dei più convinti sostenitori della guerra: accettare il precedente che Teheran possa controllare lo Stretto di Hormuz e minacciare i Paesi vicini sarebbe "un importante mutamento degli equilibri di potere nella regione che, col passare del tempo, si rivelerà un incubo per Israele".
Sulla stessa linea anche il senatore repubblicano del Texas, Ted Cruz, ex avversario di Trump nelle primarie del 2016, che si è detto "profondamente preoccupato" dalle indiscrezioni che filtrano riguardo ai termini dell'accordo. Si tratta, al momento, di poche voci, ma certamente qualificate e probabilmente non isolate, in considerazione del timore, alla Camera e al Senato di chi, in vista del voto di midterm di novembre, dovrà confrontarsi non solo col giudizio degli elettori, ma con l'eventuale furia di Trump in sede di primarie. "Non ascoltate i perdenti, che criticano qualcosa di cui non sanno nulla", ha tuonato il presidente rivolto al popolo Maga, che stando ai sondaggi continua a promuoverlo nella gestione della guerra, nonostante all'inizio del conflitto avesse assicurato di non volersi accontentare di nulla di meno di una "resa incondizionata" da parte di Teheran.
Ma è al di fuori del recinto dei fedelissimi che Trump dovrà ora "vendere" una pace dai contorni incerti, dopo avere fatto poco o nulla per "vendere" una guerra che si immaginava rapida e con un esito "venezuelano". E se da sinistra, per il Washington Post, l'eventuale accordo di pace è "un azzardo", ma Trump "non ha soluzioni migliori", da posizioni conservatrici, il Wall Street Journal mette il dito nella piaga: "Il regime iraniano è entrato in questa guerra facendo i conti con crisi politiche ed economiche interne. Il conflitto non ha fatto altro che aggravarle. Salvare ora tale regime mediante un salvataggio economico costituirebbe un vero tradimento: degli interessi degli Stati Uniti, ancor più che del popolo iraniano".

