"Come l'Urss degli anni Ottanta, il regime in Iran è sempre più radicale ma sempre più debole. Non credo durerà più di due anni. Ma per dargli la spallata è necessario che ripartano le eliminazioni mirate dei falchi della teocrazia. Serve colpire quelle 10 o 15 figure, per lo più generali, che hanno il dito sui bottoni del programma missilistico iraniano e senza i quali il regime non saprebbe più come realizzare la bomba atomica". L'israelo-iraniano Beni Sabti, costretto a lasciare il suo Paese d'origine da adolescente e oggi uno dei principali esperti di Iran per il prestigioso Inss (l'Istituto nazionale di Studi Strategici israeliano), non ha grande fiducia nei negoziati in corso fra Stati Uniti e Iran. Ne ha parlato in un incontro con la stampa organizzato a Milano da Eipa (Europe-Israel Press Association) e ospitato nei locali della Regione Lombardia: "Gli attuali leader iraniani non sono lì per negoziare e non sanno nemmeno come negoziare. Non mi aspetto nessun compromesso tranne, forse, la riapertura dello Stretto di Hormuz".
Cresciuto sotto la Repubblica islamica, poi fuggito in Israele, dove è diventato l'ideatore del programma dell'esercito israeliano in lingua persiana e consulente anche per la celebre serie tv "Teheran", Sabti è convinto che sia necessario fare fuori alcuni degli attuali negoziatori iraniani perché l'Iran possa avere un futuro e il regime implodere prima possibile. "È un gruppo piccolissimo a prendere le decisioni oggi", dice l'esperto israelo-iraniano, che fa i nomi dei leader da puntare militarmente: Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, e Ahmad Vahidi, comandante dei Pasdaran. "Ghalibaf era il migliore amico di Qassem Soleimani, l'ex capo delle Forze Al Quds iraniane ucciso su ordine di Donald Trump nel 2020. Vahidi è la mente dell'attentato anti-israeliano del '94 a Buenos Aires (85 morti) e di altri attacchi. Entrambi non cercano il compromesso, vogliono esportare la Rivoluzione islamica. Eliminati loro, c'è qualche speranza, anche di caduta del regime". Un regime che già vacilla. "Perde 450 milioni al giorno con la chiusura di Hormuz e sta spendendo troppi soldi per la guerra. Non a caso gli resta solamente l'8% del consenso degli iraniani. Il punto è che i vertici della teocrazia continuano a tenere lo Stretto in ostaggio. E nel frattempo vendono petrolio ai cinesi al 50% del prezzo. Per questo servirebbe chiudere lo Stretto anche ai cinesi e ai russi. E nel frattempo eliminare i falchi. Dopo di loro ci sono figure che vogliono davvero il compromesso, ma al momento sono a un livello più basso della gerarchia. Fra loro c'è Mohammad Zarif, ex vicepresidente iraniano ed ex ministro degli esteri nel governo di Hassan Rouhani".
Eliminare questo gruppo ristretto, per Sabti, vuol dire anche allontanare lo scenario di una bomba atomica in mano agli ayatollah. "Sì, poiché per costruire la bomba non basta l'uranio arricchito. E dei circa 18 scienziati uccisi nelle ultime due guerre all'Iran, solamente due o tre sapevano come costruire la bomba".
Resta il nodo di Donald Trump e dei Paesi arabi. "Il presidente americano è incerto sul da farsi perché condizionato dall'aumento dei prezzi negli Stati Uniti e i Paesi arabi hanno paura dopo gli attacchi subìti dall'Iran. Ma l'Iran è a un passo dall'implosione, come l'Urss degli anni Ottanta".

