Con “Il nome che ho scelto” (Mondadori Electa), Jasmine Haffadi mette a nudo una storia che parte da molto lontano; da Casablanca, da un’infanzia segnata dall’emigrazione e da quella sensazione di essere sempre “fuori posto” in un mondo che sembrava rifiutarsi di riconoscerla. Arrivata a Bologna a soli sette anni senza conoscere una parola di italiano, Jasmine, all’anagrafe Asmaa, ha dovuto fare i conti con il razzismo, il bullismo e il peso di un’identità continuamente messa in discussione. Persino il suo nome è diventato un bersaglio. E proprio scegliendo di chiamarsi “Jasmine” compie il primo gesto di autodeterminazione di una vita costruita contro ogni destino già scritto. Oggi, a trent’anni, Jasmine Haffadi è una delle giovani imprenditrici più affermate nel mondo del fitness: fondatrice della catena di palestre StoreFit, vive a Milano e guida un progetto che, nato tra mille difficoltà, è diventato un modello di franchising in continua espansione. Ma dietro il successo, i numeri e le quaranta palestre aperte nel 2026, resta il percorso doloroso e autentico di una ragazza che ha attraversato disturbi alimentari, attacchi di panico, solitudine e paura senza mai smettere di cercare il proprio posto nel mondo. Nella nostra intervista, intensa e profondamente personale, Jasmine racconta cosa significa crescere sentendosi invisibile, convivere con ferite che non spariscono mai davvero e trasformare la rabbia in forza creativa. Parla del rapporto con le proprie radici, del bisogno di appartenenza, della libertà di scegliersi da soli e del prezzo da pagare per essere presa sul serio come donna, giovane, immigrata e imprenditrice. Ma soprattutto racconta la storia di una bambina arrivata in Italia senza voce, che ha imparato a costruirsene una, fino a trasformarla in esempio e ispirazione per tante altre ragazze che ancora oggi si sentono “fuori posto”.
Nel libro scrive che scegliere il nome “Jasmine” è stato il suo primo atto di ribellione. A distanza di anni, pensa che quel gesto fosse più una fuga da Asmaa o un tentativo di salvare una parte di sé?
“Né l’una né l’altra cosa, o forse entrambe insieme. A sette anni non avevo gli strumenti per analizzarlo. Avevo solo la sensazione che quel nome, nella bocca degli altri, diventasse ogni volta un modo per tenermi fuori. Scegliere Jasmine non è stato rinunciare ad Asmaa, Asmaa è il nome di mia madre, è le mie radici, è quello che sono ancora oggi. È stato dire esisto anche io, e scelgo come presentarmi al mondo. Il primo atto di autodeterminazione, forse. Fatto a sette anni, senza saperlo”.
Nonostante la rivincita e il successo, secondo lei certe ferite smettono davvero di fare male oppure impariamo semplicemente a conviverci?
“Impariamo a conviverci, e col tempo a usarle. Le ferite vere non spariscono, si trasformano. Alcune diventano carburante, altre diventano empatia. Quelle che mi hanno fatto più male sono spesso le stesse che oggi mi permettono di riconoscere quando qualcuno sta soffrendo senza dirlo. Non smettono di fare male, ma smettono di comandare”.
Lei racconta di aver vissuto razzismo, esclusione e bullismo. Quando, invece di soccombere ha capito che il problema non era chi era lei, ma lo sguardo degli altri?
“Non è stato un momento solo. È stato un processo lento, fatto di piccole rotture. Un giorno ti rendi conto che stai lavorando il doppio per essere accettata in uno spazio in cui un altro entra senza sforzo, e invece di chiederti cosa c’è di sbagliato in te, finalmente ti chiedi perché lo spazio è costruito così. Per me quel cambiamento è arrivato attraverso lo studio, e poi attraverso il lavoro. Quando ho cominciato a costruire qualcosa con le mie mani, ho capito che il problema non ero io”.
Nel suo percorso torna spesso il tema della visibilità, il desiderio di essere riconosciuta. Oggi che il successo le ha dato quella visibilità, sente di essere finalmente “vista” davvero?
“A volte sì. Altre volte la visibilità è rumore, tante persone ti guardano ma poche ti vedono davvero. Quello che ho imparato è che essere vista nel senso più profondo non dipende dal successo. Dipende da chi hai vicino. Il palco, i riconoscimenti, i numeri, fanno piacere, certo. Ma la sensazione di essere davvero vista l’ho avuta in momenti molto più silenziosi”.
Quanto è stato difficile distinguere la voglia di affermarsi dalla necessità di dimostrare qualcosa al mondo?
“Difficilissimo, e ci lavoro ancora. Per anni le due cose si sono sovrapposte talmente tanto che non riuscivo a separarle. Costruivo, crescevo, aprivo nuovi centri, e spesso non sapevo se lo stavo facendo perché ci credevo o perché volevo dimostrare a qualcuno che si sbagliava su di me. A un certo punto ho smesso di cercare la risposta e ho cominciato a fare una domanda diversa, questa cosa mi rende più libera o più prigioniera? Quella domanda ha cominciato a chiarire molto”.
Alla fine, ha mai pensato che il successo diventasse una forma di rivincita più che di felicità?
“Sì, onestamente sì. Ci sono stati periodi in cui il motore principale era la rabbia, quella bella rabbia pulita che ti fa alzare la mattina quando non hai altro. E funziona, almeno all’inizio. Ma la rivincita è un obiettivo che si esaurisce. Arrivi, e poi? La felicità invece è qualcosa che costruisci ogni giorno, che non finisce quando raggiungi il traguardo. Ho imparato a spostare il baricentro dalla rivincita alla costruzione. Non è stato veloce”.
Nel libro parla apertamente di disturbi alimentari e attacchi di panico. Quanto è importante, secondo lei, raccontare anche le fragilità quando si diventa un modello per gli altri?
“È la cosa più importante. I disturbi alimentari, gli attacchi di panico, li ho scritti nel libro perché so quante persone li vivono in silenzio, convinte che siano una colpa o una debolezza incompatibile con il successo. Se racconti solo la parte bella, stai vendendo un’illusione. E le illusioni non aiutano nessuno. Le fragilità sono parte della storia, non nonostante il successo, ma insieme a esso”.
Viviamo in una società che celebra la resilienza quasi come un obbligo. Lei si è mai sentita stanca di dover essere sempre forte?
“Sempre. La resilienza celebrata come obbligo è una delle trappole più pericolose per chi, come me, viene da un contesto in cui non puoi permetterti di cedere. A un certo punto ho capito che crollare, fermarsi, chiedere aiuto, non è debolezza. È lucidità. Ho dovuto imparare a dirmelo, perché nessuno me lo aveva insegnato”.
C’è una parte della Jasmine di oggi che sente ancora molto vicina alla bambina Asmaa?
“Sì, tantissima. È quella parte che non si fida mai completamente finché non vede i fatti. Quella che osserva prima di parlare. Quella che in un ambiente nuovo cerca ancora, istintivamente, dove sono le uscite. La bambina Asmaa era una sopravvissuta, e in un certo senso lo sono ancora”.
Lei scrive di un “destino assegnato” da cui è riuscita a liberarsi. Ma pensa che emanciparsi significhi davvero spezzare le proprie radici o imparare a riconciliarsi?
“Riconciliarvisi, senza dubbio. Spezzare le radici non libera, ti lascia sospesa. Io ho passato anni a fare i conti con la mia storia, con la mia famiglia, con quello che mi era stato assegnato. E sono arrivata a capire che la libertà non era rinnegare da dove venivo, era scegliere cosa portarmi dentro di quella storia e cosa lasciare andare. Sono figlia di mia madre. E ne sono orgogliosa”.
Quanto ha contato lo studio nel darle non solo strumenti professionali, ma anche dignità e libertà?
“Moltissimo. Non solo gli strumenti, la lingua, le competenze, il metodo. Lo studio mi ha dato qualcosa di più sottile; la sensazione di avere un diritto. Il diritto di stare in certi spazi, di parlare, di essere ascoltata. Per chi arriva da fuori, quella legittimità non è scontata. Lo studio me l'ha data in modo concreto, non simbolico”.
Parlava prima di rabbia, quanto è stata importante nel suo percorso imprenditoriale?
“Fondamentale, all’inizio. La rabbia è energia pura, e se la indirizzi bene, ti fa fare cose che la calma non farebbe mai. Aprire il primo centro con pochissimo, non mollare durante la pandemia, credere nel progetto quando nessuno ci credeva ancora, dietro a tutto questo c’era anche una buona dose di rabbia. Poi ho imparato ad affiancarle la visione. La rabbia da sola brucia, la visione da sola si perde. Insieme costruiscono”.
La pandemia ha rischiato di travolgere il suo progetto proprio all’inizio. In quei giorni ha mai pensato di mollare tutto?
“Sì. Ci sono stati giorni in cui era l’opzione più razionale. Avevamo appena iniziato, il mondo si era fermato, e tutto quello su cui avevamo puntato sembrava crollare. Ma ho scoperto in quei giorni qualcosa che non sapevo di avere, una resistenza alla sconfitta che non viene dal coraggio, viene dalla disperazione costruttiva. Non puoi mollare quando non hai un piano B. E io non ce l’avevo”.
Cosa le ha insegnato il fallimento, o la paura del fallimento?
“Che è sopravvivibile. La paura del fallimento è quasi sempre più grande del fallimento stesso. E i fallimenti veri, quelli che ho vissuto, i momenti in cui qualcosa non ha funzionato come speravo, mi hanno insegnato più di qualsiasi successo. Ti dicono dove sei fragile, dove devi crescere, chi è davvero con te quando le cose non vanno”.
Lei oggi guida decine di palestre e tanti collaboratori. Che tipo di leader cerca di essere per chi lavora con lei?
“Un leader che non ti dà le risposte, ma ti fa le domande giuste. Che si aspetta il massimo da te, ma non ti lascia sola a trovarlo. Vengo da un percorso in cui nessuno mi ha tirato su, ho dovuto farlo da sola. Proprio per questo, con chi lavora con me, cerco di essere quella persona che avrei voluto avere io. Non buonista, esigente. Ma presente”.
Essere una donna giovane, immigrata e imprenditrice significa spesso sentirsi costantemente sotto esame. Ha percepito di dover lavorare il doppio per essere presa sul serio?
“Ogni giorno, per anni. Donna, giovane, immigrata, senza un cognome riconoscibile in Italia. Ogni credenziale dovevo guadagnarmela due volte, una per meritarla, una per farla riconoscere. Non ho mai smesso di farlo, ma ho smesso di farlo per gli altri. Lo faccio per me”.
Quanto conta, ancora oggi, il pregiudizio sociale nel determinare chi “può farcela” e chi no?
“È ancora fortissimo, e spesso invisibile. Non è più solo il pregiudizio dichiarato, è quello strutturale, quello incorporato nelle aspettative, nelle reti, negli accessi. Chi parte da una posizione di vantaggio non lo vede perché non ha mai dovuto vederlo. Io invece l’ho vissuto sulla pelle. E oggi, quando costruisco la mia rete, lo tengo presente: accesso e opportunità non sono uguali per tutti, e fare finta di sì è disonesto”.
Nel libro si percepisce un forte bisogno di appartenenza. Oggi Jasmine Haffadi si sente più marocchina, italiana o finalmente libera dall’idea di dover scegliere?
“Libera dall’obbligo di scegliere. Ho impiegato anni per arrivarci, anni in cui mi chiedevo dove appartenessi davvero, in cui sentivo di essere troppo italiana per i marocchini e troppo straniera per gli italiani. Poi ho smesso di cercare l’appartenenza nelle etichette degli altri e ho cominciato a costruirla dentro di me. Sono tutto quello che ho vissuto. Non devo scegliere”.
Se potesse parlare alla bambina arrivata a Bologna senza conoscere la lingua, cosa le direbbe oggi?
“Che ce la fa. Che le cose difficili che sta vivendo adesso non la definiranno come vittima, ma come persona. Che il silenzio che prova oggi, quella solitudine di non trovare le parole, diventerà ascolto. E che scegliersi un nome è solo il primo passo”.
E invece cosa direbbe a tutte quelle ragazze che si sentono invisibili, fuori posto o condannate da un’etichetta che qualcun altro ha scelto per loro?
“Che l’etichetta è degli altri, non tua. Che essere fuori posto in un sistema che non ti ha fatto spazio non è una colpa, è un segnale che quel sistema va cambiato. E che la visibilità non si chiede, si costruisce, un passo alla volta, partendo da chi sei davvero. La vostra storia conta. Anche se nessuno ve l’ha ancora detto”.
Il titolo “Il nome che ho scelto” sembra parlare non solo di identità, ma anche di libertà. Secondo lei, nella vita, quanto è importante avere il coraggio di scegliersi da soli?
“È tutto. Non nel senso romantico della parola, nel senso più concreto. Scegliersi significa decidere chi vuoi essere anche quando il contesto spinge in un’altra direzione. Significa fare scelte che non tutti capiranno, che a volte fanno paura anche a te. Ma è l’unico modo per vivere una vita che sia davvero tua. Il nome che ho scelto non parla solo di un nome anagrafico. Parla di questo, del momento in cui smetti di aspettare che qualcuno ti dica chi sei, e cominci a dirtelo da sola”.

